L'esigenza di scrivere un libro è nata simbolicamente dai giri che facevo nelle librerie: allo scaffale dei libri sugli anni '70 trovavo solo libri sugli ex terroristi o scritti da ex terroristi, e non c'era niente, se non un libricino esile, bellissimo, di Agnese Moro, che non parlasse dei terroristi. Allora avevo la sensazione che chi voleva capire qualcosa aveva a disposizione un solo punto di vista. Dove stavano le vittime?
Mi sono immaginato un tavolo con quattro posti, a cui fossero rimasti seduti solo in tre a dibattere: la politica, i mezzi di comunicazione e gli ex terroristi. Il quarto posto era completamente vuoto. Perché non c'era? Perché nei giornali, nelle tv e nelle radio, "funzionano" meglio gli ex terroristi che non i familiari delle vittime; perché ci sono molti che non hanno nessuna voglia di rifare i conti col passato; perché lo Stato è completamente assente (per esempio la legge sui familiari delle vittime è arrivata 32 anni dopo la morte di mio padre: nel 2004 abbiamo ricevuto una lettera che diceva che mi avrebbero rimborsato i libri di scuola... avevo 34 anni ed era un po' difficile trovare gli scontrini!). L'idea del libro è quella di rimettere questo quarto posto.
Ho deciso di non parlare dei processi - che hanno fatto la verità giudiziaria ma non hanno ricostruito l'immagine di mio padre - o degli ex terroristi: volevo restituire umanità all'immagine di mio padre e a quella delle altre vittime del terrorismo, volevo far spazio alle persone che sono state uccise perché facevano bene il proprio lavoro: è questa la vera rivincita! Non sono state dette parole definitive, chiare, sul fatto che la violenza non è tollerabile come strumento di lotta politica. E questo ha fatto sì che ogni volta che ci si trova di fronte a un fatto violento si dice "sì, però...", "ma, bisogna anche capire... certo, il contesto...". Onestamente trovo questo inaccettabile e penso che sia grave: dobbiamo essere capaci di dire che nulla giustifica l'idea che si ammazzi qualcuno perché ha un'idea diversa dalla tua. La violenza è inaccettabile e non solo da un punto vista morale o religioso, ma anche da un punto di vista di finalità: è dimostrato che in Italia la violenza politica non è stata portatrice di cambiamento. Se da noi si parla del '68, si vedono foto degli scontri di piazza, negli Usa invece si vedono foto vitali, di musica, ballo, teatro, cinema - di rottura. I sessantottini americani, che non hanno avuto la deriva della violenza, hanno portato l'idea di cambiamento dentro la società: per esempio, contro il monopolio dell'Ibm hanno inventato il Macintosh, contro il monopolio dell'informazione i blog... tutto è figlio di quella cultura, ma è possibile dove non è stata inquinata dalla violenza. Aiutiamoci a fare chiarezza perché dividendo violenza e cose positive, la violenza non uccida ciò che di positivo c'è e ciò che di positivo c'è non venga tenuto per continuare per anni a giustificare la violenza.






